
Poche pennellate, svelte e sicure, dipingono una sagoma, poi un volto.
Dipingono una luce, spenta.
Ogni momento trascorso negli ultimi mesi era apparso e poi svanito solo in funzione di quella tela, solo per darle qualcosa in più, di più speciale, di più vero.
Era un autoritratto.
David aveva sempre sognato di farlo.
Fin dall’ infanzia, quando gli si domandava “cosa vuoi fare da grande?”, lui rispondeva: “L’artista”, con una sicurezza tale da far sorridere la gente.
Ma lui non desisteva e nel suo animo covava il desiderio di vedere il suo volto ritratto, un giorno, su una tela.
Ed ora quel viso era lì, immortalato, e avrebbe potuto parlare tramite esso alle generazioni a venire. Ancora qualche pennellata e tutto ciò sarebbe stato possibile.
Quando fu completato, quelle stesse mani con cui aveva dipinto, si misero in posa: imitavano il soggetto raffigurato e, come in esso, cingevano la vita con fare maestoso.
Dopo essersi assicurato che la postura fosse esatta, David sollevò il viso mantenendo ogni muscolo del suo corpo teso, la bocca leggermente dischiusa, e gli occhi fissi sul grande specchio comprato dall’ antiquario quella mattina.
Ora, tre figure identiche guardavano l’ una verso l’ altra e nei tre paia d’ occhi, identici, s’ accendeva una strana luce, mentre il chiarore delle candele illuminava i granelli di polvere che, ad ogni soffio del vento, si sollevavano per volteggiare in una strana danza.
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Con l’andare del tempo il sogno di David si faceva sempre più ingombrante.
Se, in un primo momento, le sue stranezze avevano attirato l’attenzione di alcuni compagni di scuola e persino di qualche ragazza, adesso gli venivano lanciati sguardi di stizza e lui, che non era poi stato mai granché socievole, gradualmente si isolò sempre più, finché un giorno scomparve, in silenzio.
S’accorse della propria bassezza, riconoscendosi piccolo, mediocre e invidioso: fu questo a farlo impazzire.
Si chiuse in un mondo per lui sempre più essenziale e si circondò di tutto il superfluo che potesse accumulare, come se quello strato di cose inutili creasse un muro di gomma contro cui sbattere quando la tentazione di andare oltre si faceva più forte.
Quanto più energicamente vi sbatteva contro, tanto maggiormente veniva scaraventato indietro:
non c’è via di fuga in una prigione di gomma. Cercò quindi di rendere gradevole la sua prigionia, riuscendo a distrarsi facilmente, tanto che non si accorse più neanche del muro e di esserne prigioniero.
Distrattamente perse di vista anche se stesso, e a poco a poco dimenticò chi fosse.
Riempì le pareti di foto e costruì una bella storia fatta di fotogrammi che gli raccontasse la sua vita, come era stata, o come avrebbe voluto che fosse.
Fu allora che nacqui io.
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Dopo mesi di assoluta passività, in cui la sua folle immaginazione aveva preso il sopravvento, si sentì improvvisamente esplodere: era la vita che gli scoppiava dentro.
Si sollevò tremante dal letto e nella completa oscurità iniziò a barcollare con le braccia tese verso avanti. Riuscì ad arrivare al rubinetto e gettò avidamente le labbra sotto lo scroscio dell’acqua gelida, mentre l’orologio scandiva il morir delle ore, attimo dopo attimo.
Fu preso da un incontenibile frenesia. Accese nervosamente una sigaretta e dalla bocca scarna fuoriuscivano nuvole di fumo che si sfilavano e si intrecciavano creando delle forme astratte, in cui rivedeva figure mostruose e inquietanti che lo deridevano, lo schernivano.
Sempre più in preda al furore, tentò di scacciare quei fantasmi gettandogli contro gran parte dei suoi dipinti e delle piccole sculture che fino ad allora avevano osservato in silenzio il suo incessante precipitare.
Si armò di pugnale per intimorirli, ma essi continuavano a volteggiargli intorno, e dopo l’ultimo straziante grido intimidatorio, cadde in terra privo di sensi.
Rinvenne l’indomani all’alba col gracile corpo steso in un bagno di sudore. La fiamma traballante del camino si specchiava sulla lama affilata del pugnale.
David la osservò con uno sguardo vuoto e la vide morire mentre dalla finestra i primi raggi del sole si facevano spazio nella stanza tetra.
Afferrò dunque il pugnale abbandonato sul pavimento e poi da dei piccoli pezzi di legno iniziò a modellare un corpo, poi perfezionò gambe e braccia, intagliò gli occhi e la bocca.
Mi dipinse con colori accesi e luccicanti e mi donò lo sguardo fiero di un condottiero.
Infine perforò mani e piedi, poi la testa, per introdurvi dei fili.
“Tu sarai Gaston, il generale Gaston”.
---------------------------------------------------
Ma io non ero che il primo.
Per giorni e giorni non fece che lavorare alla costruzione di nuove marionette, le notti e i giorni nascevano e tramontavano vedendolo intagliare nasi, dipingere bocche, armare mani.
Preparò perfino il piccolo teatro in cui si sarebbero svolte le vicende delle sue nuove creature.
Quando lo ebbe completato, sebbene privo di forze, caricò tutti noi su un carretto malconcio e si diresse verso la città.
Il sole infiammava la schiena nuda sotto la camicia strappata, mentre noi con i nostri occhi fissi guardavamo le sue labbra striminzite ardere per la sete e ansimare per la fatica.
Ma sembrava che niente di tutto ciò potesse dissuaderlo da ciò che si apprestava a fare.
Si fermò in una strada non troppo affollata e quando fu certo che non lo vedesse nessuno, aprì il teatrino di legno e vi si nascose dietro.
Io fui il primo ad essere manovrato. Prese tra le dita ossute i fili e tramite essi la sua energia si espandeva e riempiva di vita il mio corpo di legno.
Inventò mille e più storie, la sua immaginazione sembrava inesauribile: io sconfiggevo mostri, rapivo donzelle innamorate, mi battevo coraggiosamente in duelli mortali, guidavo i miei uomini in battaglie gloriose e mentre vivevo le ardimentose imprese, il suo cuore prendeva a battere come se fosse lui stesso a compierle.
Bambini e adulti stavano a guardarci con gli occhi spalancati e i brividi sulla pelle, senza mai stancarsi.
Il sole nel frattempo aveva compiuto il suo quotidiano peregrinare, ed io dopo un crescendo di tensione stavo per perforare con la mia spada luccicante il cuore di un vile traditore, quando la mano di David si fermò e con essa la mia.
Le voci di incitamento del pubblico caddero in un profondo silenzio. Tutto rimase immobile per qualche secondo, quando un uomo dalla folta barba tentò di avvicinarsi al teatrino.
Da qui saltò fuori il cappello grigio di David, proprio davanti ai piedi dell’uomo.
Si fermò.
Frugò nelle tasche e lasciò cadere delle monete nel cappello.
“Torneremo domani, nel pomeriggio”, disse, e tutti con ordine religioso si fermavano davanti al cappello e lo riempivano di denaro. Poi andarono via, lasciandoci soli nella via deserta.
---------------------------------------------------
Tornammo a casa, ma David non riuscì a chiudere occhio: riviveva incessantemente quegli attimi di estasi, contò e ricontò le monete che gli erano state donate. Con esse, la mattina seguente, comprò del cibo e persino una camicia rossa, simile alla mia.
Come stabilito nel tacito accordo, noi arrivammo sul posto prima di tutti gli altri cosicché nessuno poté vedere il volto di David.
Quando iniziavamo a narrare le nuove storie, la gente si avvicinava, e si moltiplicava col passare dei giorni.
Tutto proseguiva nell’anonimato di David, mentre il mio nome era diventato ormai celeberrimo.
Da ogni dove arrivavano nuovi spettatori, tanto che le tasche di David erano sempre più gonfie ed il cappello grigio sempre più consumato.
Ma un pomeriggio qualsiasi, dopo poche ore dall’inizio dello spettacolo, le dita di David lasciarono scivolare via i fili facendomi cadere sul palco.
Disteso con gli occhi verso il pubblico, vidi gli sguardi interdetti degli spettatori, ma il silenzio venne subito rotto da una voce:
“Beh, e allora?” , chiese un uomo.
Ancora silenzio.
“Forza, che ti prende? Muoviti !”, gridò un altro.
“Dai, continua!”, fece un altro ancora. E a questo seguì un
“Ancora! Ancora!” che tutti ripetevano in coro.
David mi tirò dietro le quinte e tenendomi tra le mani mi disse: “Ora tocca a me”. Lasciatomi cadere per terra come un qualsiasi cencio sporco, uscì per la prima volta e si mostrò a tutti.
Dopo qualche attimo di silenzio disse con voce tremante:
“Salve, io sono David”.
Tutti scoppiarono in una fragorosa risata e una donna gli rispose:
“E allora? Muoviti non siamo qui per te ma per vedere Gaston! Non è vero forse?”
“Si!” risposero tutti in coro ed iniziarono a invocare il mio nome.
“Ma io …“ , diceva lui senza che nessuno lo sentisse, “…io SONO Gaston”.
La folla sempre più infuriata si gettò su David. Lo graffiarono, percossero, gli strapparono i vestiti nuovi di dosso, poi diedero fuoco al teatrino e molti dei miei amici, dei miei nemici, delle donne da me amate, si ridussero in cenere. Riuscì a liberarsi giusto in tempo per estinguere le lingue che stavano bruciando il mio volto.
Corse verso casa senza mai fermarsi, seminando così la folla.
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Davanti alla flebile luce del camino pulì il mio corpo sporco di cenere e versò lacrime e gocce di sangue sul mio volto sfigurato. A causa sua, metà del mio viso si era annerito e l’occhio sinistro era ormai invisibile. Sperava forse di poter diventare come me? Credeva di arrampicarsi sulla mia fama per ottenere il successo? Voleva usarmi e sfruttare le mie imprese, il mio fascino, il mio coraggio per i suoi sporchi fini?
Smettesse pure di dormire e mangiare, mi aveva privato dei miei compagni e, peggio ancora, strappato al mio pubblico.
Non uscimmo più di casa ma io, facendo uso delle sue dita, sebbene sempre più prive di forza, continuavo a vivere e con dei nuovi compagni.
La sua presenza diventava sempre più inutile e fastidiosa, aveva fatto nascere per poi condannare all’anonimato innumerevoli creature che adesso bramavano di vivere più di quanto un essere umano avesse potuto fare.
Lo osservavamo con disprezzo e rancore quando, stremato, precipitava in lunghi e profondi sonni.
Il fuoco del camino rosseggiava negli occhi superbi del suo autoritratto.
Guardando quell’ immagine fui rapito da un’idea.
Mi lasciai cadere dalla credenza, rotolai sino all’uscio e guardai quell’uomo così misero disteso per terra: quanto era diverso da quello del dipinto!
Io, invece, gli somigliavo molto di più: stessa fierezza, stessa audacia, stesso carisma.
Continuai a rotolare per le strade che avevo conosciuto viaggiando sul carretto, e i rovi mi graffiarono un po’ e mi liberarono dai fili.
Cominciai “da solo” a muovere i miei primi passi. Attraversando una piazza, un ragazzo mi riconobbe:
“Gaston! Gaston! è tornato Gaston! ”.
Tutti si precipitarono per guardarmi e mi chiedevano supplichevoli:
“Gaston, facci vedere le tue imprese!”
” Raccontaci le tue storie!”
“Di come hai perso l’occhio!”
“Di come hai amato le più belle donne della contea!”
“Di come ti sei liberato da ogni prepotente!”
Ripresi dunque a esibirmi giornalmente fino a notte tarda.
Tornavo alla mia dimora osannato e ammirato come un idolo insostituibile, e ancora oggi, disteso ai piedi della credenza, vedo quell’ insulso burattino, che si illudeva di diventare un uomo, guardarmi essere quello che lui non sarebbe mai potuto divenire.
Dipingono una luce, spenta.
Ogni momento trascorso negli ultimi mesi era apparso e poi svanito solo in funzione di quella tela, solo per darle qualcosa in più, di più speciale, di più vero.
Era un autoritratto.
David aveva sempre sognato di farlo.
Fin dall’ infanzia, quando gli si domandava “cosa vuoi fare da grande?”, lui rispondeva: “L’artista”, con una sicurezza tale da far sorridere la gente.
Ma lui non desisteva e nel suo animo covava il desiderio di vedere il suo volto ritratto, un giorno, su una tela.
Ed ora quel viso era lì, immortalato, e avrebbe potuto parlare tramite esso alle generazioni a venire. Ancora qualche pennellata e tutto ciò sarebbe stato possibile.
Quando fu completato, quelle stesse mani con cui aveva dipinto, si misero in posa: imitavano il soggetto raffigurato e, come in esso, cingevano la vita con fare maestoso.
Dopo essersi assicurato che la postura fosse esatta, David sollevò il viso mantenendo ogni muscolo del suo corpo teso, la bocca leggermente dischiusa, e gli occhi fissi sul grande specchio comprato dall’ antiquario quella mattina.
Ora, tre figure identiche guardavano l’ una verso l’ altra e nei tre paia d’ occhi, identici, s’ accendeva una strana luce, mentre il chiarore delle candele illuminava i granelli di polvere che, ad ogni soffio del vento, si sollevavano per volteggiare in una strana danza.
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Con l’andare del tempo il sogno di David si faceva sempre più ingombrante.
Se, in un primo momento, le sue stranezze avevano attirato l’attenzione di alcuni compagni di scuola e persino di qualche ragazza, adesso gli venivano lanciati sguardi di stizza e lui, che non era poi stato mai granché socievole, gradualmente si isolò sempre più, finché un giorno scomparve, in silenzio.
S’accorse della propria bassezza, riconoscendosi piccolo, mediocre e invidioso: fu questo a farlo impazzire.
Si chiuse in un mondo per lui sempre più essenziale e si circondò di tutto il superfluo che potesse accumulare, come se quello strato di cose inutili creasse un muro di gomma contro cui sbattere quando la tentazione di andare oltre si faceva più forte.
Quanto più energicamente vi sbatteva contro, tanto maggiormente veniva scaraventato indietro:
non c’è via di fuga in una prigione di gomma. Cercò quindi di rendere gradevole la sua prigionia, riuscendo a distrarsi facilmente, tanto che non si accorse più neanche del muro e di esserne prigioniero.
Distrattamente perse di vista anche se stesso, e a poco a poco dimenticò chi fosse.
Riempì le pareti di foto e costruì una bella storia fatta di fotogrammi che gli raccontasse la sua vita, come era stata, o come avrebbe voluto che fosse.
Fu allora che nacqui io.
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Dopo mesi di assoluta passività, in cui la sua folle immaginazione aveva preso il sopravvento, si sentì improvvisamente esplodere: era la vita che gli scoppiava dentro.
Si sollevò tremante dal letto e nella completa oscurità iniziò a barcollare con le braccia tese verso avanti. Riuscì ad arrivare al rubinetto e gettò avidamente le labbra sotto lo scroscio dell’acqua gelida, mentre l’orologio scandiva il morir delle ore, attimo dopo attimo.
Fu preso da un incontenibile frenesia. Accese nervosamente una sigaretta e dalla bocca scarna fuoriuscivano nuvole di fumo che si sfilavano e si intrecciavano creando delle forme astratte, in cui rivedeva figure mostruose e inquietanti che lo deridevano, lo schernivano.
Sempre più in preda al furore, tentò di scacciare quei fantasmi gettandogli contro gran parte dei suoi dipinti e delle piccole sculture che fino ad allora avevano osservato in silenzio il suo incessante precipitare.
Si armò di pugnale per intimorirli, ma essi continuavano a volteggiargli intorno, e dopo l’ultimo straziante grido intimidatorio, cadde in terra privo di sensi.
Rinvenne l’indomani all’alba col gracile corpo steso in un bagno di sudore. La fiamma traballante del camino si specchiava sulla lama affilata del pugnale.
David la osservò con uno sguardo vuoto e la vide morire mentre dalla finestra i primi raggi del sole si facevano spazio nella stanza tetra.
Afferrò dunque il pugnale abbandonato sul pavimento e poi da dei piccoli pezzi di legno iniziò a modellare un corpo, poi perfezionò gambe e braccia, intagliò gli occhi e la bocca.
Mi dipinse con colori accesi e luccicanti e mi donò lo sguardo fiero di un condottiero.
Infine perforò mani e piedi, poi la testa, per introdurvi dei fili.
“Tu sarai Gaston, il generale Gaston”.
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Ma io non ero che il primo.
Per giorni e giorni non fece che lavorare alla costruzione di nuove marionette, le notti e i giorni nascevano e tramontavano vedendolo intagliare nasi, dipingere bocche, armare mani.
Preparò perfino il piccolo teatro in cui si sarebbero svolte le vicende delle sue nuove creature.
Quando lo ebbe completato, sebbene privo di forze, caricò tutti noi su un carretto malconcio e si diresse verso la città.
Il sole infiammava la schiena nuda sotto la camicia strappata, mentre noi con i nostri occhi fissi guardavamo le sue labbra striminzite ardere per la sete e ansimare per la fatica.
Ma sembrava che niente di tutto ciò potesse dissuaderlo da ciò che si apprestava a fare.
Si fermò in una strada non troppo affollata e quando fu certo che non lo vedesse nessuno, aprì il teatrino di legno e vi si nascose dietro.
Io fui il primo ad essere manovrato. Prese tra le dita ossute i fili e tramite essi la sua energia si espandeva e riempiva di vita il mio corpo di legno.
Inventò mille e più storie, la sua immaginazione sembrava inesauribile: io sconfiggevo mostri, rapivo donzelle innamorate, mi battevo coraggiosamente in duelli mortali, guidavo i miei uomini in battaglie gloriose e mentre vivevo le ardimentose imprese, il suo cuore prendeva a battere come se fosse lui stesso a compierle.
Bambini e adulti stavano a guardarci con gli occhi spalancati e i brividi sulla pelle, senza mai stancarsi.
Il sole nel frattempo aveva compiuto il suo quotidiano peregrinare, ed io dopo un crescendo di tensione stavo per perforare con la mia spada luccicante il cuore di un vile traditore, quando la mano di David si fermò e con essa la mia.
Le voci di incitamento del pubblico caddero in un profondo silenzio. Tutto rimase immobile per qualche secondo, quando un uomo dalla folta barba tentò di avvicinarsi al teatrino.
Da qui saltò fuori il cappello grigio di David, proprio davanti ai piedi dell’uomo.
Si fermò.
Frugò nelle tasche e lasciò cadere delle monete nel cappello.
“Torneremo domani, nel pomeriggio”, disse, e tutti con ordine religioso si fermavano davanti al cappello e lo riempivano di denaro. Poi andarono via, lasciandoci soli nella via deserta.
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Tornammo a casa, ma David non riuscì a chiudere occhio: riviveva incessantemente quegli attimi di estasi, contò e ricontò le monete che gli erano state donate. Con esse, la mattina seguente, comprò del cibo e persino una camicia rossa, simile alla mia.
Come stabilito nel tacito accordo, noi arrivammo sul posto prima di tutti gli altri cosicché nessuno poté vedere il volto di David.
Quando iniziavamo a narrare le nuove storie, la gente si avvicinava, e si moltiplicava col passare dei giorni.
Tutto proseguiva nell’anonimato di David, mentre il mio nome era diventato ormai celeberrimo.
Da ogni dove arrivavano nuovi spettatori, tanto che le tasche di David erano sempre più gonfie ed il cappello grigio sempre più consumato.
Ma un pomeriggio qualsiasi, dopo poche ore dall’inizio dello spettacolo, le dita di David lasciarono scivolare via i fili facendomi cadere sul palco.
Disteso con gli occhi verso il pubblico, vidi gli sguardi interdetti degli spettatori, ma il silenzio venne subito rotto da una voce:
“Beh, e allora?” , chiese un uomo.
Ancora silenzio.
“Forza, che ti prende? Muoviti !”, gridò un altro.
“Dai, continua!”, fece un altro ancora. E a questo seguì un
“Ancora! Ancora!” che tutti ripetevano in coro.
David mi tirò dietro le quinte e tenendomi tra le mani mi disse: “Ora tocca a me”. Lasciatomi cadere per terra come un qualsiasi cencio sporco, uscì per la prima volta e si mostrò a tutti.
Dopo qualche attimo di silenzio disse con voce tremante:
“Salve, io sono David”.
Tutti scoppiarono in una fragorosa risata e una donna gli rispose:
“E allora? Muoviti non siamo qui per te ma per vedere Gaston! Non è vero forse?”
“Si!” risposero tutti in coro ed iniziarono a invocare il mio nome.
“Ma io …“ , diceva lui senza che nessuno lo sentisse, “…io SONO Gaston”.
La folla sempre più infuriata si gettò su David. Lo graffiarono, percossero, gli strapparono i vestiti nuovi di dosso, poi diedero fuoco al teatrino e molti dei miei amici, dei miei nemici, delle donne da me amate, si ridussero in cenere. Riuscì a liberarsi giusto in tempo per estinguere le lingue che stavano bruciando il mio volto.
Corse verso casa senza mai fermarsi, seminando così la folla.
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Davanti alla flebile luce del camino pulì il mio corpo sporco di cenere e versò lacrime e gocce di sangue sul mio volto sfigurato. A causa sua, metà del mio viso si era annerito e l’occhio sinistro era ormai invisibile. Sperava forse di poter diventare come me? Credeva di arrampicarsi sulla mia fama per ottenere il successo? Voleva usarmi e sfruttare le mie imprese, il mio fascino, il mio coraggio per i suoi sporchi fini?
Smettesse pure di dormire e mangiare, mi aveva privato dei miei compagni e, peggio ancora, strappato al mio pubblico.
Non uscimmo più di casa ma io, facendo uso delle sue dita, sebbene sempre più prive di forza, continuavo a vivere e con dei nuovi compagni.
La sua presenza diventava sempre più inutile e fastidiosa, aveva fatto nascere per poi condannare all’anonimato innumerevoli creature che adesso bramavano di vivere più di quanto un essere umano avesse potuto fare.
Lo osservavamo con disprezzo e rancore quando, stremato, precipitava in lunghi e profondi sonni.
Il fuoco del camino rosseggiava negli occhi superbi del suo autoritratto.
Guardando quell’ immagine fui rapito da un’idea.
Mi lasciai cadere dalla credenza, rotolai sino all’uscio e guardai quell’uomo così misero disteso per terra: quanto era diverso da quello del dipinto!
Io, invece, gli somigliavo molto di più: stessa fierezza, stessa audacia, stesso carisma.
Continuai a rotolare per le strade che avevo conosciuto viaggiando sul carretto, e i rovi mi graffiarono un po’ e mi liberarono dai fili.
Cominciai “da solo” a muovere i miei primi passi. Attraversando una piazza, un ragazzo mi riconobbe:
“Gaston! Gaston! è tornato Gaston! ”.
Tutti si precipitarono per guardarmi e mi chiedevano supplichevoli:
“Gaston, facci vedere le tue imprese!”
” Raccontaci le tue storie!”
“Di come hai perso l’occhio!”
“Di come hai amato le più belle donne della contea!”
“Di come ti sei liberato da ogni prepotente!”
Ripresi dunque a esibirmi giornalmente fino a notte tarda.
Tornavo alla mia dimora osannato e ammirato come un idolo insostituibile, e ancora oggi, disteso ai piedi della credenza, vedo quell’ insulso burattino, che si illudeva di diventare un uomo, guardarmi essere quello che lui non sarebbe mai potuto divenire.
1 commento:
leggere senza avere la forza di fermarsi,leggere tutto d'un fiato,leggere sperando che non si arrivi mai alla fine....questo e' l'unico modo per comprendere cio' che il testo vuole raccontare,l'unico modo per fare proprie le sensazioni che vuole trasmettere.....ma quello che rende davvero speciale cio' che si legge e colui che ne e' l'artefice.....
sei grande francy....
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