giovedì 31 luglio 2008

Wash away

I got troubles, lord, but not today
'Cause they're gonna wash away
They're gonna wash away
And I have sins, lord, but not today
'Cause they're gonna wash away
They're gonna wash away
And I have friends, lord, but not today
'Cause they done washed away
They done washed away
Lord, I've been crying
aloneI've been crying alone
No, no more crying alone
no, no more crying here.
We get lonely, lord, but not today
Cause we're gonna wash away
We're gonna wash away
I got troubles, lord, but not today
Cause they're gonna wash away
This old river's gonna take them away.

Joe Purdy

Traduzione
Ho dei problemi, signore, ma non oggi
Perchè saranno spazzati via
Verranno spazzati via
E ho dei peccati, signore, ma non oggi
Perchè saranno spazzati via
Verranno spazzati via
E ho degli amici, signore, ma non oggi
Perchè se ne sono andati
Se ne sono andati
Signore, stavo piangendo da solo
Stavo piangendo da solo
No, non voglio più piangere da solo
No, non voglio più piangere qui.
Siamo soli, signore, ma non oggi
Perchè saremo spazzati via
Saremo spazzati via
Ho dei problemi, signore, ma non oggi
Perchè saranno spazzati via
Verranno spazzati via.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, "La sirena"


Messina – Dal 5 al 9 marzo, il teatro Vittorio Emanuele ha ospitato la commedia “La Sirena”, tratta da un racconto scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa tra il 1955 ed il 1956, che poi venne rielaborato negli ultimi mesi della sua vita, e che, pertanto, rappresenta il testamento spirituale dell’ autore. L’opera fu pubblicata postuma da Feltrinelli nel 1961, tre anni dopo la morte di Tomasi, con il titolo “Lighea” (datogli dalla moglie dello scrittore) ed è stata recentemente ripresa da Luca Zingaretti, in qualità di attore, regista e drammaturgo.
La storia narra del fortuito incontro, in un bar della fredda Torino, tra il giovane Paolo Corbera (la voce narrante) e l’ illustre ellenista settantacinquenne Rosario La Ciuria, entrambi di origine siciliana. Al primo incontro ne seguiranno diversi altri nei quali, tra argomenti più e meno eruditi, si manterrà sempre costante la rievocazione nostalgica della Sicilia ed il contrasto tra questa e le città del nord Italia. Il professore, uomo dall’ aspetto estremamente trasandato ma dalla vastissima cultura, riesce ad affascinare il giovane con le sue narrazioni e ad incantarlo con il ricordo della Sicilia, terra dalla bellezza quasi divina, erotica se vogliamo, il che fa presagire il nodo del racconto stesso, ovvero la passione tra lui medesimo ed una seducente sirena, il cui nome è, appunto, Lighea.
Racconta che da giovane, durante un’ estate afosa, aveva deciso di rifugiarsi in una casetta in riva al mare, ove trovare ristoro dal caldo torrido e dalle sue fatiche (preparava, infatti, un concorso per la cattedra universitaria di Letteratura Greca). Proprio mentre decantava dei versi sulla spiaggia, era avvenuto il prodigioso incontro. La passionale storia d’amore con questa creatura, in parte divina ed in parte bestiale, dall’ aspetto giovane ma dalla matura saggezza, era terminata alla fine dell’ estate, quando Lighea si era congedata dicendogli:“Ricorda, quando sarai stanco(...)non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì e la tua sete di sonno sarà saziata”.
Il racconto si conclude con la rivelazione,da parte di Paolo, della scomparsa del professore, il quale, recatosi a Lisbona per un congresso, era caduto in mare durante la notte, per non fare più ritorno.

Eduardo De Filippo, "Le bugie hanno le gambe lunghe"



Il teatro Annibale Maria di Francia, 15, 16 e 17 febbraio ha ospitato il gruppo teatrale Angelo Maio, che ha portato sulla scena una commedia di Eduardo De Filippo, “Le bugie hanno le gambe lunghe”. Già in passato, la compagnia si è cimentata in note ed intramontabili opere di De Filippo, come "Questi fantasmi", "Natale in casa Cupiello", "Non ti pago", "Filumena Maturano" e ha dedicato la propria attenzione alla messa in scena di classici della drammaturgia isolana. Data la frequente corrispondenza di temi, situazioni, personaggi e cultura del teatro partenopeo e di quello siciliano, negli ultimi anni è stato possibile proporre testi del teatro napoletano e, in alcuni casi, ha permesso l’adattamento del testo in dialetto siciliano. L’ opera in questione è stata, in un certo senso, “abbandonata” dal suo autore, che nell’ arco della sua superba carriera, si è dedicato maggiormente ad altre rappresentazioni, che la critica prediligeva e che mostravano un minor pessimismo, lasciando sempre alla fine un bagliore di speranza. Ciò che caratterizza “Le bugie hanno le gambe lunghe” è piuttosto la rassegnazione dinnanzi a meccanismi che spingono l’ uomo a vivere nell’ ipocrisia e nella menzogna anche quando possiede notevoli doti morali. L’ opera, di stampo inequivocabilmente pirandelliano, si sofferma su tematiche intramontabili, come la dicotomia vero-falso, essere ed apparire, tematiche dunque quotidiane che spesso rivelano risvolti inaspettati e tristemente comici. La trama narra la storia del consigliere filatelico Libero Incoronato, protagonista della commedia, che si ritrova suo malgrado a dover affrontare tali problematiche. Innamorato della giovane Graziella, accetta il suo passato da prostituta e sogna di costruire una nuova vita insieme a lei, ma esita nel chiederle la mano per non compromettere il matrimonio della sorella, Costanza, che sta per unirsi ad un uomo anziano e benestante, Roberto, che non ama ma che può assicurarle un dignitoso avvenire. A questa vicenda s’intreccia la storia di Benedetto e Olga, una coppia di vicini. Benedetto, che per lavoro è costretto a vivere a Catanzaro, intraprende una relazione adulterina con una cameriera, da cui nascerà un bambino. Olga, dal canto suo, tradisce il marito con un ufficiale americano con il quale intende fuggire, ma questi abbandona lei e la creatura che porta in grembo, pur sapendo d’esserne il padre. Non potendo attribuire la paternità al marito assente, Olga tenta di circuire Libero, ma infine Benedetto, per ristabilire la contorta situazione, accetta il figlio fingendo che sia suo. Dinnanzi a tante menzogne ed ipocrisie, in occasione del battesimo del figlio illegittimo, anche Libero, uomo dai saldi valori morali, si trova a dover “allungare le gambe alle bugie”, presentando la fidanzata come ricca ereditiera di famiglia aristocratica, forte del fatto che nessuno dei presenti può affermare il contrario e svelare la verità, per non ledere i propri interessi: ciascuno sottoscrive col proprio silenzio uno sporco compromesso, tace e costruisce una verità apparente su sudice fondamenta, crea una realtà che non è vera, ma verosimile. Secondo un detto popolare, le bugie avrebbero le gambe corte, perché non possono andare lontano e prima o poi vengono scoperte, ma il nostro autore ed il suo protagonista smentiscono: esistono situazioni in cui le gambe delle bugie vengono allungate sino all’ inverosimile, ed è piuttosto la verità che si ritrova con le gambe accorciate…

La Fontana d'Orione, un'opera da salvaguardare


In piazza del Duomo a Messina, si erge una delle opere più importanti della città, la fontana d’ Orione, costruita tra il 1547 ed il 1553 per celebrare il completamento dell’ acquedotto civico, nel quale furono convogliate le acque del fiume Camaro e Bordonaro. Gli intenti erano, dunque, artistici da una parte e pratici dall’altra, poiché i cittadini potevano liberamente rifornirsi dell’ acqua. La fontana (dedicata al gigante Orione, mitico fondatore della città), fu progettata e costruita da un discepolo di Michelangelo, fra Giovanni Angelo Montorsoli, affiancato dallo scienziato messinese Francesco Maurolico nella scelta delle raffigurazioni mitologiche e delle iscrizioni latine poste sulla fontana. L’ opera fu realizzata con marmi pregiati e strutturata come una piramide dalla base dodecagonale: nella parte esterna sono presenti otto dadi su cui si ergono statue di mostri mitologici, mentre cariatidi e telamoni reggono la fontana, ma a farla da padrone sono le quattro statue raffiguranti altrettanti uomini distesi su un fianco, che tengono tra le mani delle brocche capovolte, con le quali versano l’ acqua nelle vasche. Queste figure rappresentano i fiumi Tevere, Nilo, Ebro e Camaro, e sotto ciascuno di essi sono stati scolpiti dei bassorilievi e dei distici che ne illustrano i simboli: sotto il Camaro, ad esempio, è scolpita la porta della città e una donna che rappresenta Messina, che invita il fiume ad avanzare. Danneggiata dal terremoto del 1908 e successivamente restaurata, oggi la fontana d’ Orione è tra i beni artistici più elevati di Messina, bisognosa di rispetto e salvaguardia.

Festa del Volontariato 2008


Messina - Nei giorni sabato 1 e domenica 2 marzo, presso le nuove sale della stazione centrale, si è svolta la seconda festa del volontariato, un’ iniziativa del Cesv (Centro servizi per il volontariato di Messina) atta a promuovere nella nostra città il senso civico e l’ impegno sociale,uno stimolo nuovo per non arrendersi alle condizioni di arretratezza e degrado alle quali le classi politiche sembrano del tutto disinteressate, un’occasione per tutti i messinesi di sentirsi una vera e propria comunità, che non vuole più subire passivamente, ma farsi parte attiva dello sviluppo e del miglioramento. La festa è stata inaugurata da Sonia Alfano (figlia del giornalista Beppe Alfano, nemico e vittima della mafia, impegnata nel preservare la memoria del padre e i diritti delle vittime della mafia) e da Dario Montana (fratello del poliziotto Beppe Montana, anch’egli ucciso dalla mafia, nonché coordinatore a Catania della rete di associazioni contro la mafia “libera”). L’evento si è svolto con momenti d’incontro, musica, animazione e cinema, con la presentazione di mostre, workshop e l’approfondimento di importanti tematiche, quali la cultura della legalità, la lotta alle mafie, la promozione di una politica economica più giusta e solidale, argomento più che mai attuale, considerate le difficoltà delle famiglie che devono quotidianamente “fare i conti” con la crisi economica e l’inarrestabile aumento dei prezzi, che sfavorisce a maggior ragione le classi sociali più disagiate e deboli, dagli anziani ai giovani disoccupati. Quanto alle esposizioni, abbiamo assistito alle mostre “Il Duomo e la Stazione di Messina: elementi di una rinascita dopo il terremoto del 1908”, a distanza di esattamente cento anni dalla tragedia che colpì la nostra città, “Lampedusa, l’isola che non c’è”, che ha mostrato con un reportage le disastrose condizioni degli emigranti che sbarcano nell’ isola dopo il loro drammatico viaggio, “Mafia e Cartoon”, una raccolta di vignette satiriche di forte impatto, provenienti da autori di tutto il mondo, e infine “Centonove”, una mostra fotografica riguardante i beni confiscati alla mafia e riutilizzati per fini sociali, come secondo la legge 109/96. Pare opportuno segnalare che le medesime sale in cui si è svolta la seconda festa del volontariato, ospiteranno ben presto un osservatorio, nonché luogo di ricerca, promosso dalle ferrovie dello Stato e dall’ Osservatorio Nazionale sul Disagio e la Solidarietà, a riprova del fatto che la manifestazione appena conclusasi non vuol essere una passeggera meteora, né una mera protesta, ma un’iniziativa volta a concretizzare le aspettative e le esigenze della società messinese e non solo.

Diario di un pazzo


Messina – Il 15 ed il 16 marzo, il teatro dei Naviganti ha ospitato la prima nazionale del monologo intitolato “Diario di un pazzo”, tratto da “I Racconti di Pietroburgo” di Nicolaj Vasil’evic Gogol. La compagnia teatrale “Schegge di cotone”,con la regia di Roberto De Robertis, ha portato in scena la toccante storia di Popriscin, interpretato magistralmente dall’attore Pietro Naglieri. Protagonista assoluto sul palco è un impiegato frustrato che vive nella San Pietroburgo zarista di fine ’800, la cui grigia esistenza si divide nettamente tra una vita quasi onirica da una parte, fatta di sogni e grandi aspirazioni, ed un’ inaccettabile realtà dall’altra, che sopprime la sua dignità e lo vede svolgere in ufficio umili mansioni, di cui la principale è temperare le punte alle matite. Ad acuire il suo senso di vuoto e di desolazione, interviene l’ impossibilità di realizzare il sogno d’ amore con la figlia del suo capoufficio. Presa ormai coscienza del fatto che nella vita reale non gli sarà concesso un riscatto e abbandonatosi all’ idea che ogni suo sogno resterà tale, Popriscin si addentra nel cammino oscuro e senza ritorno della follia. Risponde all’ inadeguatezza che sente nei confronti della sua esistenza lasciandosi cadere in un vortice di fantasie, le uniche ormai che riescono a tenerlo in vita: così, privo ormai di ogni ragionevolezza, immagina di essere re Ferdinando ottavo di Spagna. Scritto nel 1835, “Diario di un pazzo” s’impone alla società odierna con tutta la sua attualità, diviene una chiave di lettura dell’ uomo moderno, che, stretto nella morsa della sua stessa vita e schiacciato da una società troppo cinica, perde l’ autocontrollo e si ribella provocando le più oscure conseguenze, che si manifestano via via sempre più forti e che tutti i giorni leggiamo, ormai assuefatti, sui quotidiani.

Degrado e abbandono nella Stazione di Messina



Sin dalla sua inaugurazione, datata 1866, la Stazione ferroviaria di Messina ha goduto di scarsa fortuna. Realizzata la prima tappa, che collegava la città a Taormina, a causa delle difficoltà economiche, dovettero trascorrere ben ventitré anni prima che, nel 1889, venisse completato il tratto Messina – San Filippo del Mela. Tali lavori furono quasi totalmente vanificati dal terremoto del 1908 e la nuova stazione prese finalmente forma nel 1939, da un progetto dell’ architetto Mazzoni , che edificò una struttura imponente, con le tipiche caratteristiche degli edifici costruiti nel ventennio fascista. Ma sua “sfortuna” non riguarda solo tempi e modalità di costruzione: tutt’ oggi, infatti, la stazione centrale è purtroppo nota a tutti i messinesi(e non solo) come emblema del degrado. Anziché rappresentare un’ ideale “porta” d’ ingresso alla nostra città, luogo di benvenuto per i turisti ed i viaggiatori in genere, è sfortunatamente svilita non solo a punto d’ incontro di più o meno innocui terzomondisti e nomadi, ma anche di individui certamente poco raccomandabili. Diviene dunque una zona poco sicura, specialmente al calar del sole, alla quale i messinesi si avvicinano con timore. Appare spontaneo chiedersi se e quando verrà presa in esame questa situazione. Forse il futuro sindaco riuscirà a porvi rimedio?

Un’ opera d’arte a cielo aperto: La chiesa Santa Maria Alemanna


La Chiesa Santa Maria Alemanna, situata in via Sant’ Elia a Messina, rappresenta l’ unico esempio di architettura puramente gotica in Sicilia. Fu realizzata per volere di Federico II nel 1220 da artisti tedeschi,che seguirono il classico impianto basilicale a tre navate, utilizzando marmo, calcare grigio-verdastro e in particolar modo gesso selenitico e alabastrino, a cui si devono i particolari effetti rifrangenti. Alle spalle dell’ abside meridionale, oggi ritroviamo un arco ogivale, unico frammento sopravvissuto nei secoli di un antico ospedale, in cui venivano curati i reduci delle guerre crociate. La basilica divenne il rifugio dell’ Ordine Militare dei Cavalieri Teutonici o Alemanni, da cui il nome, sino al XV secolo, quando passò nelle mani dell’ antichissima confraternita messinese dei Rossi. Nel 1571 ospitò un celebre reduce di guerra, feritosi nel corso della battaglia di Lepanto: Miguel Cervantes, scrittore che divenne famoso trent’ anni dopo grazie al suo capolavoro, Don Chisciotte della Mancia. Proprio a partire dal XV secolo, la Basilica fu abbandonata ad un lento ed inesorabile declino, situazione che peggiorò dopo il terremoto del 1783, durante il quale fu addirittura adibita a magazzino. Durante il XVIII secolo furono iniziati lavori di restauro, ma incombette un nuovo terribile terremoto, quello del 1908. Nuovi interventi di recupero furono iniziati a metà ‘900 e dal 2001 Santa Maria Alemanna è aperta al pubblico come sede di mostre ed eventi.

Il gioco dei lupi


Inserisco questo gioco nella sezione "soluzioni" per un motivo ben preciso...
Giocare non solo ti distrae da ogni problema, ma ti aiuta anche a mettere in moto il cervello, a non invecchiare e, perchè no?, ad affrontare in modo originale ogni situazione.
Certo è che non tutti i giochi posseggono le suddette attitudini...
Ad esempio, prendiamo in esame il Tetris.
Gioco ormai noto a tutti, geniale e senza tempo, è diventato senza dubbio parte attiva della mia vita...
Ormai il mio dubbio è divenuto certezza:
il Tetris crea dipendenza.
Ma, mentre le tue dita scorrono veloci sulla tastiera, la mente rimane libera di vagare...
Mi sono detta: mi ci vuole qualcosa che mi impegni di più...
il Mah Jong per esempio!
Gioco da tavolo, di origine giapponese, il Mah Jong ti COSTRINGE ad allenare soprattutto la vista...
Gli occhi, parte esterna e visibile del cervello, e la mente stessa
vagano tra le cartelle, decodificandone i simboli e ricercandone i doppi...
E' ben noto, però, che io sia del tutto ciecata,
per cui, alla fine di ogni partita, viene a trovarmi immancabilmente il mal di testa...
Ciò non fa bene al mio stato psico-fisico!
Ma un altro gioco, che somiglia più ad una filosofia di vita,
stuzzica il mio agonismo e la mia creatività...
Il gioco dei lupi...
Una vera e propria competizione, in cui devi cercare di capire gli altri, individuare le bugie e ingannare a tua volta...(solo di rado la sincerità aiuta in questo gioco!)
Come in tutte le grandi battaglie, a scontrarsi sono il bene e il male, la luce e l' oscurità, i cittadini ed i lupi...
Di seguito riporto le regole generali, che ho messo assieme saccheggiando qualche sito...
Si tratta di un gioco di comitato per almeno 8 giocatori e un narratore, scritto da Paolo Coletti sulla base di un’idea molto diffusa e sui consigli di dozzine di giocatori.
Lupi nel villaggio è un gioco veloce ad eliminazione per un gran numero di giocatori.
Il gioco si svolge con un’alternanza di due fasi:
durante la notte i lupi, alcuni giocatori a cui è stato segretamente assegnato questo ruolo, uccidono segretamente alcuni giocatori contadini;
durante il giorno tutti prendono atto dei morti e cercano di scoprire chi siano i lupi con una discussione accesa, fino alla votazione finale in cui condannano a morte alcuni giocatori sospetti.
Il gioco è condito da parecchi altri ruoli segreti che danno ad alcuni giocatori contadini dei poteri speciali per tentare di scoprire i lupi o per difendere altri abitanti.
Alcuni di questi ruoli sono:
-il medium(che può domandare di un giocatore morto se era un lupo o no)
-il veggente(che può domandare di un giocatore vivo se è un lupo o no)
-la guardia del corpo(che può proteggere dalla morte un giocatore a sua scelta)
-la prostituta(indica il giocatore con cui andare a letto e muore se sceglie un lupo)
-il mitomane(assume le caratteristiche del giocatore che sceglie)
-l' indemoniato(è un cattivo, non ha poteri ma conosce l'identità dei lupi e deve aiutarli a vincere).
L' ultima versione del gioco, con ulteriori chiarimenti e personaggi, la trovate clikkando sul link
Ps.: se volete giocare chiamatemi!!!

mercoledì 30 luglio 2008

Il mio specchio mi guarda...


L'ho notato solo qualche giorno fa...
Stavo lì, seduta alla scrivania, chinata su un libro...
E anche loro stavano lì, come sempre, ma non li avevo mai "visti" davvero...
Ad un tratto mi sono voltata, e li ho colti in flagrante.
I miei specchi mi guardavano.
Mi osservavano.
Mi scrutavano.
Mi vedevano.
Sanno di me più di quanto io non sappia di me stessa.
Un senso d'inquietudine mi ha colta impreparata, poi un sentimento di stizza si è sostituito al timore.
Come si permettono, loro, a invadere così la mia privacy?i miei segreti?la mia vita?
Anch' io vorrei saperne tanto di me e tanto vorrei sapere di loro.
Io gli dò tutto, tacitamente gli dico tutto, ma di loro non conosco nulla.
Un arcobaleno di sensazioni si è impossessato di me, confondendomi, sconvolgendomi
e mi è parso di iniziare a volteggiare, veloce, sempre più veloce, come una trottola.
Rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e viola...
Sempre più veloce, colori-stati d'animo sempre più confusi nella mia mente...
finchè ecco che dal caos è arrivato l'ordine, l' eureka, lo spettro di luce.
Perchè non guardarmi?
Intendiamoci, non che dovessi guardarmi allo specchio, ma attraverso lo specchio.
Non con i miei occhi, ma attraverso i "suoi" occhi.
Non c' è amico più sincero dello specchio.
Non ce n'è uno più obiettivo, uno che ti conosca meglio.
Ti osserva in silenzio, non ti giudica, non ha pregiudizi.
Ti mostra ciò che sei. Può aiutarti, ma solo se lo vuoi. E' sempre lì, basta che tu lo interpelli.
Specchio, specchio delle mie brame...
La mia stima per Charles Perrault cresce in maniera spropositata.
Aveva già capito tutto, circa 400 anni fa.
A questo punto due sono le possibilità:
1)lui era davvero geniale;
2)io sono davvero stupida.
Come ho fatto a non pensarci prima?
I dettagli nei prossimi post.

Rimmel-De Gregori

E qualcosa rimane, fra le pagine chiare, fra le pagine scure...
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni...
Chi mi ha fatto le carte
mi ha chiamato vincente
ma lo zingaro è un trucco...
Ma un futuro invadente,
fossi stato un pò più giovane,
l'avrei distrutto con la fantasia,
l'avrei stracciato con la fantasia...
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro ancora...
I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi...
Santa voglia di vivere e dolce Venere di Rimmel
Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevo ancora quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi.
Ed il vento passava sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona
e quando io, senza capire, ho detto sì
hai detto "E' tutto quel che hai di me".
È tutto quel che ho di te...
Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altro ancora...
I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi...

Perchè?

Prendendo indebitamente in prestito le parole di De Gregori, innauguro la sezione musicale di questo blog. "E qualcosa rimane", una volta suonata l' ultima nota, una volta ascoltata l' ultima parola. Ma cosa rimane di una canzone?

Il Burattinaio


Poche pennellate, svelte e sicure, dipingono una sagoma, poi un volto.
Dipingono una luce, spenta.
Ogni momento trascorso negli ultimi mesi era apparso e poi svanito solo in funzione di quella tela, solo per darle qualcosa in più, di più speciale, di più vero.
Era un autoritratto.
David aveva sempre sognato di farlo.
Fin dall’ infanzia, quando gli si domandava “cosa vuoi fare da grande?”, lui rispondeva: “L’artista”, con una sicurezza tale da far sorridere la gente.
Ma lui non desisteva e nel suo animo covava il desiderio di vedere il suo volto ritratto, un giorno, su una tela.
Ed ora quel viso era lì, immortalato, e avrebbe potuto parlare tramite esso alle generazioni a venire. Ancora qualche pennellata e tutto ciò sarebbe stato possibile.
Quando fu completato, quelle stesse mani con cui aveva dipinto, si misero in posa: imitavano il soggetto raffigurato e, come in esso, cingevano la vita con fare maestoso.
Dopo essersi assicurato che la postura fosse esatta, David sollevò il viso mantenendo ogni muscolo del suo corpo teso, la bocca leggermente dischiusa, e gli occhi fissi sul grande specchio comprato dall’ antiquario quella mattina.
Ora, tre figure identiche guardavano l’ una verso l’ altra e nei tre paia d’ occhi, identici, s’ accendeva una strana luce, mentre il chiarore delle candele illuminava i granelli di polvere che, ad ogni soffio del vento, si sollevavano per volteggiare in una strana danza.

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Con l’andare del tempo il sogno di David si faceva sempre più ingombrante.
Se, in un primo momento, le sue stranezze avevano attirato l’attenzione di alcuni compagni di scuola e persino di qualche ragazza, adesso gli venivano lanciati sguardi di stizza e lui, che non era poi stato mai granché socievole, gradualmente si isolò sempre più, finché un giorno scomparve, in silenzio.
S’accorse della propria bassezza, riconoscendosi piccolo, mediocre e invidioso: fu questo a farlo impazzire.
Si chiuse in un mondo per lui sempre più essenziale e si circondò di tutto il superfluo che potesse accumulare, come se quello strato di cose inutili creasse un muro di gomma contro cui sbattere quando la tentazione di andare oltre si faceva più forte.
Quanto più energicamente vi sbatteva contro, tanto maggiormente veniva scaraventato indietro:
non c’è via di fuga in una prigione di gomma. Cercò quindi di rendere gradevole la sua prigionia, riuscendo a distrarsi facilmente, tanto che non si accorse più neanche del muro e di esserne prigioniero.
Distrattamente perse di vista anche se stesso, e a poco a poco dimenticò chi fosse.
Riempì le pareti di foto e costruì una bella storia fatta di fotogrammi che gli raccontasse la sua vita, come era stata, o come avrebbe voluto che fosse.
Fu allora che nacqui io.

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Dopo mesi di assoluta passività, in cui la sua folle immaginazione aveva preso il sopravvento, si sentì improvvisamente esplodere: era la vita che gli scoppiava dentro.
Si sollevò tremante dal letto e nella completa oscurità iniziò a barcollare con le braccia tese verso avanti. Riuscì ad arrivare al rubinetto e gettò avidamente le labbra sotto lo scroscio dell’acqua gelida, mentre l’orologio scandiva il morir delle ore, attimo dopo attimo.
Fu preso da un incontenibile frenesia. Accese nervosamente una sigaretta e dalla bocca scarna fuoriuscivano nuvole di fumo che si sfilavano e si intrecciavano creando delle forme astratte, in cui rivedeva figure mostruose e inquietanti che lo deridevano, lo schernivano.
Sempre più in preda al furore, tentò di scacciare quei fantasmi gettandogli contro gran parte dei suoi dipinti e delle piccole sculture che fino ad allora avevano osservato in silenzio il suo incessante precipitare.
Si armò di pugnale per intimorirli, ma essi continuavano a volteggiargli intorno, e dopo l’ultimo straziante grido intimidatorio, cadde in terra privo di sensi.
Rinvenne l’indomani all’alba col gracile corpo steso in un bagno di sudore. La fiamma traballante del camino si specchiava sulla lama affilata del pugnale.
David la osservò con uno sguardo vuoto e la vide morire mentre dalla finestra i primi raggi del sole si facevano spazio nella stanza tetra.
Afferrò dunque il pugnale abbandonato sul pavimento e poi da dei piccoli pezzi di legno iniziò a modellare un corpo, poi perfezionò gambe e braccia, intagliò gli occhi e la bocca.
Mi dipinse con colori accesi e luccicanti e mi donò lo sguardo fiero di un condottiero.
Infine perforò mani e piedi, poi la testa, per introdurvi dei fili.
“Tu sarai Gaston, il generale Gaston”.

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Ma io non ero che il primo.
Per giorni e giorni non fece che lavorare alla costruzione di nuove marionette, le notti e i giorni nascevano e tramontavano vedendolo intagliare nasi, dipingere bocche, armare mani.
Preparò perfino il piccolo teatro in cui si sarebbero svolte le vicende delle sue nuove creature.
Quando lo ebbe completato, sebbene privo di forze, caricò tutti noi su un carretto malconcio e si diresse verso la città.
Il sole infiammava la schiena nuda sotto la camicia strappata, mentre noi con i nostri occhi fissi guardavamo le sue labbra striminzite ardere per la sete e ansimare per la fatica.
Ma sembrava che niente di tutto ciò potesse dissuaderlo da ciò che si apprestava a fare.
Si fermò in una strada non troppo affollata e quando fu certo che non lo vedesse nessuno, aprì il teatrino di legno e vi si nascose dietro.
Io fui il primo ad essere manovrato. Prese tra le dita ossute i fili e tramite essi la sua energia si espandeva e riempiva di vita il mio corpo di legno.
Inventò mille e più storie, la sua immaginazione sembrava inesauribile: io sconfiggevo mostri, rapivo donzelle innamorate, mi battevo coraggiosamente in duelli mortali, guidavo i miei uomini in battaglie gloriose e mentre vivevo le ardimentose imprese, il suo cuore prendeva a battere come se fosse lui stesso a compierle.
Bambini e adulti stavano a guardarci con gli occhi spalancati e i brividi sulla pelle, senza mai stancarsi.
Il sole nel frattempo aveva compiuto il suo quotidiano peregrinare, ed io dopo un crescendo di tensione stavo per perforare con la mia spada luccicante il cuore di un vile traditore, quando la mano di David si fermò e con essa la mia.
Le voci di incitamento del pubblico caddero in un profondo silenzio. Tutto rimase immobile per qualche secondo, quando un uomo dalla folta barba tentò di avvicinarsi al teatrino.
Da qui saltò fuori il cappello grigio di David, proprio davanti ai piedi dell’uomo.
Si fermò.
Frugò nelle tasche e lasciò cadere delle monete nel cappello.
“Torneremo domani, nel pomeriggio”, disse, e tutti con ordine religioso si fermavano davanti al cappello e lo riempivano di denaro. Poi andarono via, lasciandoci soli nella via deserta.

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Tornammo a casa, ma David non riuscì a chiudere occhio: riviveva incessantemente quegli attimi di estasi, contò e ricontò le monete che gli erano state donate. Con esse, la mattina seguente, comprò del cibo e persino una camicia rossa, simile alla mia.
Come stabilito nel tacito accordo, noi arrivammo sul posto prima di tutti gli altri cosicché nessuno poté vedere il volto di David.
Quando iniziavamo a narrare le nuove storie, la gente si avvicinava, e si moltiplicava col passare dei giorni.
Tutto proseguiva nell’anonimato di David, mentre il mio nome era diventato ormai celeberrimo.
Da ogni dove arrivavano nuovi spettatori, tanto che le tasche di David erano sempre più gonfie ed il cappello grigio sempre più consumato.
Ma un pomeriggio qualsiasi, dopo poche ore dall’inizio dello spettacolo, le dita di David lasciarono scivolare via i fili facendomi cadere sul palco.
Disteso con gli occhi verso il pubblico, vidi gli sguardi interdetti degli spettatori, ma il silenzio venne subito rotto da una voce:
“Beh, e allora?” , chiese un uomo.
Ancora silenzio.
“Forza, che ti prende? Muoviti !”, gridò un altro.
“Dai, continua!”, fece un altro ancora. E a questo seguì un
“Ancora! Ancora!” che tutti ripetevano in coro.
David mi tirò dietro le quinte e tenendomi tra le mani mi disse: “Ora tocca a me”. Lasciatomi cadere per terra come un qualsiasi cencio sporco, uscì per la prima volta e si mostrò a tutti.
Dopo qualche attimo di silenzio disse con voce tremante:
“Salve, io sono David”.
Tutti scoppiarono in una fragorosa risata e una donna gli rispose:
“E allora? Muoviti non siamo qui per te ma per vedere Gaston! Non è vero forse?”
“Si!” risposero tutti in coro ed iniziarono a invocare il mio nome.
“Ma io …“ , diceva lui senza che nessuno lo sentisse, “…io SONO Gaston”.
La folla sempre più infuriata si gettò su David. Lo graffiarono, percossero, gli strapparono i vestiti nuovi di dosso, poi diedero fuoco al teatrino e molti dei miei amici, dei miei nemici, delle donne da me amate, si ridussero in cenere. Riuscì a liberarsi giusto in tempo per estinguere le lingue che stavano bruciando il mio volto.
Corse verso casa senza mai fermarsi, seminando così la folla.

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Davanti alla flebile luce del camino pulì il mio corpo sporco di cenere e versò lacrime e gocce di sangue sul mio volto sfigurato. A causa sua, metà del mio viso si era annerito e l’occhio sinistro era ormai invisibile. Sperava forse di poter diventare come me? Credeva di arrampicarsi sulla mia fama per ottenere il successo? Voleva usarmi e sfruttare le mie imprese, il mio fascino, il mio coraggio per i suoi sporchi fini?
Smettesse pure di dormire e mangiare, mi aveva privato dei miei compagni e, peggio ancora, strappato al mio pubblico.
Non uscimmo più di casa ma io, facendo uso delle sue dita, sebbene sempre più prive di forza, continuavo a vivere e con dei nuovi compagni.
La sua presenza diventava sempre più inutile e fastidiosa, aveva fatto nascere per poi condannare all’anonimato innumerevoli creature che adesso bramavano di vivere più di quanto un essere umano avesse potuto fare.
Lo osservavamo con disprezzo e rancore quando, stremato, precipitava in lunghi e profondi sonni.
Il fuoco del camino rosseggiava negli occhi superbi del suo autoritratto.
Guardando quell’ immagine fui rapito da un’idea.
Mi lasciai cadere dalla credenza, rotolai sino all’uscio e guardai quell’uomo così misero disteso per terra: quanto era diverso da quello del dipinto!
Io, invece, gli somigliavo molto di più: stessa fierezza, stessa audacia, stesso carisma.
Continuai a rotolare per le strade che avevo conosciuto viaggiando sul carretto, e i rovi mi graffiarono un po’ e mi liberarono dai fili.
Cominciai “da solo” a muovere i miei primi passi. Attraversando una piazza, un ragazzo mi riconobbe:
“Gaston! Gaston! è tornato Gaston! ”.
Tutti si precipitarono per guardarmi e mi chiedevano supplichevoli:
“Gaston, facci vedere le tue imprese!”
” Raccontaci le tue storie!”
“Di come hai perso l’occhio!”
“Di come hai amato le più belle donne della contea!”
“Di come ti sei liberato da ogni prepotente!”
Ripresi dunque a esibirmi giornalmente fino a notte tarda.
Tornavo alla mia dimora osannato e ammirato come un idolo insostituibile, e ancora oggi, disteso ai piedi della credenza, vedo quell’ insulso burattino, che si illudeva di diventare un uomo, guardarmi essere quello che lui non sarebbe mai potuto divenire.